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Più
volte, specialmente da parte di allevatori di Canarini di Colore, sono
stato sollecitato a fare il punto sui traguardi cui sono pervenuti gli
studi sulle melanine degli Uccelli. Mi sono dato un po' da fare e,
avendo trovato le fonti scientifiche adatte per una documentazione
aggiornata, mi sono sentito autorizzato ad aderire all'invito. Come
già noto, lo studio sulle melanine resta tuttora alquanto ostico, sia
per la loro difficile solubilità, che per le conseguenti inevitabili
alterazionì che questi composti sono suscettibili di subire durante gli
energici trattamenti chimici cui vengono sottoposti per ridurli ad uno
stato adatto a svelarne la composizione e la struttura chimica. Già
nel 1990 riferii su I.0. (mesi di ottobre e novembre) sull'argomento,
prendendo lo spunto da alcuni uccelli selvatici "isabella"
della cui cattura ero venuto a conoscenza. Invito
fin da ora il lettore a leggere o rileggere i due articoli, specialmente
il secondo che include alcuni dati sugli studi chimici sull'argomento. Credo
che ormai tutti gli ornitofili sappiano che i colori chimici (pigmenti)
dei nostri uccelli sono ascrivibili a due categorie del tutto differenti
fra loro: melanine, più o meno brunastre o nerastre, e lipocromi (carotenoidi) più o meno gialli o rossi. Abbiamo
avuto la fortuna di avere proprio in casa nostra uno studioso che si è
occupato e si occupa tuttora, con metodiche originali meritorie, dello
studio dei carotenoidi negli Uccelli e, in particolare, nelle Specie che
più interessano la maggioranza dei nostri allevatori. Il lettore
attento ha già capito che mi riferisco al prof. Riccardo Stradi,
professore ordinario all'Università di Milano. Una bella fortuna
davvero. Minor
fortuna abbiamo avuto per quanto riguarda l'altro gruppo di pigmenti, le
melanine, presenti, si può dire, in tutti gli uccelli di questo Mondo.
A dire il vero esistono notevoli studi anche su questo gruppo di
composti chimici, però, nella massima parte sull'Uomo e sui Mammiferi. Sul piumaggio dei piccoli uccelli non abbiamo trovato alcunché. Ma varie pubblicazioni abbiamo "scovato" sul piumaggio del pollo New Hampshire e del Piccione selvatico (Columba livia); fra queste le più interessanti ci sono sembrate le due seguenti, nelle quali, fra l'altro, vi è una estesa bibliografia. Eccole. Prota, G. The Chemistry of Melanins and Melanogenesis ‑ Prog. Chem. Org. Nat. Prod., 1995, 64, 93‑148 (Dipartimento di Chimica organica e biologica dell'Università di Napoli). E. Haase, S. Ito, A. Sell,
K. Nakamatsu -
Melanin concentrations in Feathers from Wild and Domestic Pigeons -
The Journal of Heredity,
1992, 83(1),64. La
prima pubblicazione è una esauriente revisione degli studi fatti in
tutto il Mondo sulle melanine di molti animali ed ha una particolare
importanza per noi allevatori, in quanto riassume anche tutte le
ricerche che l'Autore e la sua Scuola hanno compiuto negli ultimi trent'anni
sulle melanine del piumaggio del pollo New Hampshire. La
seconda è una ricerca fatta sulla distribuzione delle eumelanine e
feomelanine nelle penne del Piccione selvatico e domestico, con
riferimenti sui risultati di altre ricerche sullo stesso argomento. Ho la
fondata convinzione che le nozioni acquisite sul pollo e sul piccione
possano essere estese anche ai nostri piccoli uccelli; per cui, in
mancanza di studi più pertinenti, ci possiamo contentare. I
lettori che si sono compiaciuti di leggere quella quarantina di puntate
che, a titolo 'L’allevamento tecnologico", "Realtà
ecologiche", ecc., sono apparse su I.O. degli ultimi anni, si sono
resi conto che il mio modo di affrontare un problema è molto
meticoloso, per non dire "pedante". Però è l'unico mezzo,
sia in sede universitaria che in altre, per conoscere tutto quello che
hanno fatto gli altri ricercatori sull'argomento sul quale si intende
sperimentare o sul quale si vuol fare semplicemente una relazione. Ebbene,
anche sul capitolo "melanine" ho fatto un aggiornamento
bibliografico "pignolo", per cui molto di quanto esporrò
interesserà solo i pochi lettori più iniziati. Ma vi
sarà anche una parte riassuntiva che, senza tante formule e parole
"difficili", sarà alla portata di tutti. Infine,
la discussione sui rapporti fra colore e costituzione chimica della
relativa melanina, credo sarà la risposta più seria possibile ai vari
interrogativi che il problema "melanine" ci pone ogni volta
che sulla scena della canaricoltura, appare una nuova mutazione. In
conclusione, il lettore si prepari a "sorbirsi” delle lunghe
chiacchierate, che saranno indispensabili per rendersi conto che sulle
EU nere, sulle EU brune, sulle FEO, sulle loro relazioni e sulla loro
distribuzione nelle penne dei Canarino, non è per adesso possibile dire
l'ultima parola. Resterà la soddisfazione di poter fare delle ipotesi
basate sui dati scientifici più probanti e non “campate in aria", come sono spesso quelle che si leggono qua e là.
I melanociti e l'albinismo Per
quanto riguarda il nostro argomento, le melanine vengono prodotte da
cellule della pelle dette melanociti,
situate nel derma a contatto
con lo strato germinativo epidermico, e nella papilla delle penne. Da
qui entrano nell'epidermide o nelle penne in formazione, colorandole di
bruno o di nero. I
melanociti sono presenti anche negli albini, però una certa mutazione
impedisce loro di formare adeguate quantità di melanina per deficit del
fermento "tirosinasi". Il
colore nero della pelle dei negri o della pelle esposta al sole non
dipende da un maggior numero di melanociti, ma da una loro maggiore
attività. Si può pensare che sia così anche negli Uccelli. Nel
Canarino il deficit tirosinasico impedisce la colorazione melaninica del
piumaggio, per cui resta soltanto il giallo del lipocromo (Canarini
lipocromici). Se intervengono due certe altre mutazioni che bloccano il
passaggio dei lipocromi nel germe della penna, si hanno i Canarini
bianchi, dominanti o recessivi. Però,
in ogni caso gli occhi restano neri, per cui si può parlare solo
di albinismo parziale. L’albinismo totale lo si avrebbe se intervenisse un'altra mutazione che impedisse la
formazione di melanina anche nell'occhio. Come è noto, questa mutazione
è la "Rubino". In
conclusione, per avere l'albinismo totale il Canarino ha bisogno di tre
mutazioni. L'albinismo umano è ancora più complesso (forse appare tale perché più studiato), poiché
si presenta sotto una decina di forme, le più diffuse delle quali sono,
però, quella totale e oculare. L'albinismo
limitato all'occhio nell'Uomo e il "particolare albinismo" del
Canarino che, al contrario, esclude l'occhio, ci fanno pensare a qualche
affinità genetica sulla quale non è qui il caso di dissertare. La chimica delle melanine
Dobbiamo
adesso esaminare e commentare quanto si sa sulla formazione chimica
delle melanine entro il melanocita, cioè sul loro metabolismo. Per i
non iniziati promettiamo che la "curiosa” figura esagonale (Fig.
1- idem per la pentagonale) che compare in tutte queste formule, è una
semplificazione universalmente adottata per rappresentare l'anello
ciclico (atomi che si legano fra loro formando un anello) che
costituisce la formula di struttura del benzene (benzolo), che è la seguente con formula bruta C6H6. In
essa un singolo trattino rappresenta un solo legame, mentre quello
doppio rappresenta un doppio legame, fra due atomi. Poiché
l'atomo dei Carbonio dispone di 4 legami, ne resta uno che si lega con
un atomo di Idrogeno (che dispone di un solo legame) nel benzene, o con
un legame dell'Ossigeno (che dispone di due legami), o dell'Azoto (3
legami), ecc. Nei
tantissimi composti che includono nella loro formula l'anello benzenico
(composti ciclici) uno o più atomi di idrogeno, sono sostituiti da
altri atomi o gruppi con formazione di sempre nuovi composti. La
melanogenesi ha come composto di partenza semplicemente un aminoacido,
la tirosina (aminoacido ciclico). Sulla
tirosina contenuta nel melanocita (ma non su quella inclusa in tutte le
proteine dell'organismo) agisce un fermento specifico che catalizza
(promuove) le due reazioni TIROSINA
-
DOPA -
DOPACHINONE, aggiungendo prima un ossidrile (-HO) alla tirosina, e
poi ossidando (=deidrogenando) la DOPA,
con l'ottenimento del prodotto finale DOPACHINONE. Già da queste prime reazioni si vede che il metabolismo delle melanine è essenzialmente di tipo ossidativo. Infatti
è ormai da tempo dimostrato che nella melanogenesi in vitro
vi è un netto consumno di ossigeno (e produzione di C02) e
che basta l'ossigeno dell'aria per catalizzare alcune delle reazioni
coinvolte nella melanogenesi. Per
inciso ricordiamo che la DOPA è anche il farmaco che viene usato in
medicina umana per la cura del morbo di Parkinson. Ricordiamo
ancora che sarebbe inutile che ai suoi Canarini di Colore a forte carica
melaninica (Nero-bruni, Agata, Bruni, ecc.) l'allevatore somministrasse,
durante la muta, tirosina o DOPA nell'intento di "scurirli, perché
di tirosina negli alimenti comunemente usati per i canarini (semi, ecc.)
ce n'è più che a sufficienza e il melanocita non fabbrica melanina in
base alla quantità di cui può disporre, ma solo in base all'indirizzo
metabolico che i geni coinvolti nella melanogenesi gli danno. In
altre parole, il melanocita preleva dal sangue o dalla linfa che lo
bagnano, la tirosina che gli serve, ovviamente in base alle direttive
del rispettivo gene (in vitro le cose possono anche svolgersi
diversamente). Adesso
il melanocita dispone di una certa quantità di dopachinone che può
"incanalare" su due differenti indirizzi metabolici, uno che
porta alla formazione di dopacromo
e quindi di eumelanina (EU) ed uno che porta alla formazione di
feomelanina (FEO); in questo secondo caso, di norma, è indispensabile
la presenza di cisteina che
si lega subito al dopachinone per formare la cisteinildopa. Lo
schema è il seguente è rappresentato nella Fig.
2:
I due indirizzi della melanogenesi
Dal dopachinone
possono iniziare due differenti serie di reazioni, una che
parte dal dopacromo e porta
alla formazione di EU, ed una
che parte dalla cisteinildopa e
porta alla formazione delle FEO. Il
Lettore ha certamente capito l'importanza fondamentale dell'indirizzo
metabolico che il melanocita può dare al dopachinone, indirizzo
ovviamente impostogli dai geni coinvolti nel determinismo del colore
delle penne che nascono in quel certo tratto di pterilio. L'influenza
di questi geni deve essere assai complessa, poichè in
una stessa penna, ma localizzate in aree differenti di essa, si
depositano EU o FEO, oppure entrambe in quantità diversa, oppure EU a
differenti gradi di polimerizzazione. Ciò
che fa pensare che la papilla funzioni un po' come un computer. Si
pensi al particolarissimo "disegno" delle singole piume della
Beccaccia, di molti Tordi e Rapaci, ecc.: brune
nettamente barrate di nero, simili a quelle del nostro Lizard. Si
pensi al Cardellino in cui lo pterilio della testa anteriormente dà piume
nere, poi rosse, poi bianche, indi nere e, infine brune, con ogni colore
nettamente separato dall'altro; ma tutte, comprese le bianche, con la
base nerastra eumelaninica. Quanti
saranno i geni che "pilotano" in modo così complesso la
melanogenesi? Certamente molti, e qualcuno è già stato identificato
nei Mammiferi; fra questi il gene per l'albinismo che controlla la
tirosinasi e quindi può impedire la formazione di qualunque melanina. I
geni che regolano il colore della pelle e dei peli del topo sono circa
150 con circa 62 loci (Silver W.K. The coat Colors of Mice N.Y. S.
Verlag. 1979). Ritornando
al nostro melanocita, l'effetto della sua attività potrebbe essere
rivolto verso la esclusiva formazione di EU, oppure di FEO, oppure verso
una certa percentuale dell'una e dell'altra, oppure verso una globale
maggiore o minore produzione di entrambe. Certamente
qualche mutazione esplica il suo effetto a questo primo livello
metabolico e, seppure senza la minima prova sul Canarino, ciò potrebbe
far pensare alla mutazione "Bruno", determinata da un blocco
nella formazione del dopacromo. Ma è
altrettanto logico (però la logica non va sempre d'accordo con la
scienza...) pensare che la mutazione "Bruno" agisca nelle
tappe successive consentendo sì la forniazione di EU, ma limitando la
sua polimerizzazione e, perciò, la dimensione dei granuli, col ché il
colore finale sarebbe il bruno più spinto responsabile del
"disegno"; ma sono verosimili anche altre ipotesi. . Diciamo
subito che le analisi dimostrano
che molto raramente esistono esempi di melanina estratta da un tessuto
animale che contenga solo EU o solo FEO; ciò che indica, ad
esempio, che anche in un piumaggio apparentemente nerissimo (Corvo,
Merlo, ecc.) è contenuta una certa quantità di FEO, la quale, però,
resta mascherata dal nero della EU (fortemente coprente, come sanno i
pittori). Pertanto,
il fantomatico "Canarino nero" almeno in teoria, è
prevedibile, perchè nero apparirebbe anche se vi fosse della FEO. Su
queste basi è anche facilmente spiegabile come la selezione abbia
potuto, col tempo, portare il piumaggio del canarino Nero‑bruno
verso quello scurimento generale che ha indotto recentemente la C.O.M. a
modificare il primitivo standard. E’
presumibile che questo fenomeno sia dovuto alla mutazione di qualche
gene minore il cui reclutamento ha favorito lo scurimento. Affronteremo
meno teoricamente questi argomenti quando esporremo i dati di fatto
emersi dallo studio del piumaggio del pollo New Hampshire e del Colombo,
ma prima dovremo descrivere le tappe successive della melanogenesi,
considerando separatamente le vie metaboliche della EU e della FEO.
La chimica delle eumelanine
Possiamo
dire che le EU iniziano a caratterizzarsi come tali quando il dopachinone
si trasforma in dopacromo il
quale successivamente passa ad acido
5,6 ‑ diidrossindolico ‑ 2 - carbossilico (DHICA), indi a
5,6 diidrossindolo (DHI), detto anche indolo
5‑6 chinone, che è il composto che, polimerizzandosi, si
trasforma nei granuli più piccoli di melanina di colore bruno, visibili
solo al microscopio elettronico e destinati ad ulteriori forme di poli
ni erizzazi one con formazione di granuli sempre più grossi che alla
fine possono assumere la forma di bastoncelli visibili anche al
microscopio ottico. A
complicare le cose, sembra che questo processo possa iniziare già dal
DHICA. Questi
passaggi metabolici sono quelli che più facilmente sono stati
individuati, sia in vivo che (soprattutto) in vitro; ma, quelli in vitro
in particolare mostrano che sussistono altre vie metaboliche che
partendo dal dopachinone e perfino dalla DOPA possono portare ugualmente
alla formazione di granuli di eumelanina più o meno polimerizzata. A
questo punto si deve dire che, benchè le EU siano diffusissime nel
mondo animale, solo poche di esse sono state ben individuate
chimicamente. Fra
queste in primo luogo la sepiomelanina,
ottenibile facilmente dall'inchiostro della Seppia, adesso
largamente utilizzata in cosmetica per le creme solari. Ben
studiata è anche la Eu dell'occhio, dei tumori (melanomi), dei capelli
umani e dei peli di vari animali. Nella
loro forma nativa le EU sono generalmente unite a proteine, ma la
costituzione esatta del loro legame è difficile da stabilire. Forse
il legame avviene attraverso i gruppi sulfidrilici (HS-) della proteina,
tramite la cisteina in essa contenuta. Ciò
spiegherebbe la presenza di piccole frazioni di zolfo in certe EU
separate dalle proteine. A
questo proposito devo fare un inciso. Ho
letto che qualcuno attribuisce genericamente alle melanine una
"origine proteica". Secondo
quanto detto al precedente capoverso tale affermazione appare fuorviante
poichè all'origine di tutta la melanogenesi vi è la tirosina, e non
significa niente che essa sia un aminoacido. Se la molecola proteica debba
essere considerata indispensabile per la formazione del granulo melaninico,
ed eventualmente in quale misura, questo non è stato accertato. Perciò il termine melanoproteina
ha un significato incerto che gli studi sull'argomento non hanno
ancora chiarito. Come precedentemente detto, i dubbi
restano legati al tipo di legame che, comunque, non sembra essere tale da
far considerare il complesso come una vera e propria proteina coniugata con il composto colorato (DHICA elo DHI) come
gruppo prostetico (v. in "Canaricoltura"). A pag. 103 della monografia citata,
il Prota così conclude sull'argomento: ". . sembra che una
considerevole parte della proteina sia debolmente legata ai granuli di
pigmento, ciò che solleva dei dubbi sul considerare la sepiomelanina coma
una melanoproteina". Ricordo che la sepiomelanina è la
EU più studiata e quella sulla quale ci sono meno incertezze. . Che i composti che, man mano,
partendo dalla tirosina, si succedono nella melanogenesi, siano legati a
proteine, questo è un discorso del tutto diverso che rientra nel chímismo
della maggior parte dei composti del metabolismo animale. Per citare un esempio certamente
conosciuto da tutti, lo stesso vale per il DNA, per l'RNA, ecc. Quando parliamo di DNA pensiamo
agli effetti della sua complessa struttura molecolare; non pensiamo che
esso è legato sempre ad una proteina (in genere ad un istone, per formare
una nucleoprotema) che gli fa da base vitale. In altre parole, senza proteina non
ci sono processi vitali. Spesso quando la molecola proteica
ha svolto il suo ruolo abbandona al suo destino il composto che ha
"portato per mano" e, eventualmente, va a cercarsi i composti di
partenza (nel nostro caso la tirosina) per iniziare un nuovo cielo
metabolico, Ma, come già detto, quando
studiamo le melanine ci disinteressiamo della molecola proteica che le
guida nel suo cammino metabolico, costituendo transitoriamente una melanoproteina. Concludiamo l'incíso ripetendo che
affermare essere la melanina una proteina è per lo meno fuorviante, così
come lo potrebbe essere l'ipotesi (da noi stessi avanzata) che la EU
rinforzi le remiganti di molti uccelli bianchi, poichè ve ne sono molti
che le hanno del tutto bianche (Airone maggiore, minore, Spatola, Cigni,
Pernici bianche, vari Gabbiani, ecc.). Ritornando al punto di partenza
(frazioni di Zolfo nelle EU), vediamo che la più alta percentuale di
Zolfo si trova nella EU dei peli dei vari mammiferi domestici, la più
bassa nell'inchiostro di Seppia. In qualche caso lo Zolfo manca del tutto. Nella sua esposizione lo stesso
prof. Prota indica varie altre ipotesi riferibili a studi fatti da
numerosi altri ricercatori, che noi tralasciamo. per compassione e rispetto del
Lettore. . Comunque, sfortunatamente, tutto ciò
non è mai stato studiato sul piumaggio dei piccoli uccelli. Molti ricercatori hanno studiato il
problema mediate tentativi di sintesi in vitro, ma ciò non è servito a
molto per capire cosa in effetti avvenga nelle sintesi naturali. Lo stesso vale per i numerosi studi
fatti con tecniche di demolizione successiva delle EU. Fra le cose certe c'è che il colore
delle EU va dal bruno al nero a seconda delle dimensioni dei suoi
granuli. Anche in questo caso c'è una voce
discorde, secondo la quale le EU sarebbero soltanto nere e la loro
rarefazione potrebbe tutt'al più dare il grigio, ma mai bruno. A parte ciò che noi allevatori siamo ormai abituati a dire:
EU nere ed EU brune, che potrebbe essere una semplificazione di comodo, in
tutti gli articoli che ho letto si dice sempre che le Eu possono essere
anche brune. Ad esempio il Fitzpatrick dice: le
EU hanno un colore che va dal bruno scuro al nero. Il Nicolaus dice: le EU
sono responsabili del colore nero e bruno della pelle, peli, penne,
scaglie, ecc., di moltissime Specie animali. E così via. Un'altra certezza è che il colore fisico, ed
in particolare quello che dà l'azzurro (e quindi il verde in associazione
con i lipocromi), ivi compreso l'effetto "Opale" del Canarino di
Colore, è dovuto ai piccoli granuli di EU che nel loro insieme
costituiscono quel claudy‑medium,
di cui si parla nel libro "Canaricoltura" (effetto Tyndall). E' inoltre, fuori discussione che,
quando la polimerizzazione (ad opera di una polimerasi) ha formato i
granuli, questi, per la loro insolubilità, non hanno più facoltà di
trasformarsi chimicamente. Ciò vale anche per le FEO ed
indica che a questo stadio l'una non può più trasformarsi nell'altra.
Una tale interazione può eventualmente solo avvenire durante le reazioni
che precedono la polimerizzazione. La conclusione che possiamo fare a
questo punto è che poco o niente si sa sul chimismo delle EU negli
Uccelli, e questo, per quanto noi allevatori ci aspettavamo, è assai
sconsolante.
Le feomelanine Dopo la sconsolante dichiarazione
che chiude il precedente paragrafo, adesso avremo la consolazione di
constatare che disponiamo di un discreto numero di dati relativi alle FEO
degli Uccelli, seppur limitati al pollo ed al piccione. A differenza delle EU che hanno
composizione chimica abbastanza uniforme, quella delle FEO non lo è per
niente. Gli studi principali sono stati
fatti sul pollo New Hampshire ed hanno mostrato che dalla FEO contenuta
nel loro piumaggio sono estraibili almeno 9 composti assai simili fra
loro, ma tuttavia ben distinguibili e riferibili a due gruppi: quello
delle tricosiderine (5
composti) e quello delle gallofeomelanine (4 composti), individuabili per mezzo dell'analisi
spettrale nel l'ultravioletto. Non è escluso che qualcuno di
questi composti si formi durante i trattamenti chimici cui la FEO nativa
viene sottoposta. Le tricosiderine sono più omogenee
e più facili da studiare e identificare, tantochè nei casi di dubbio tra
EU e FEO ci si limita spesso a ricercare analiticamente solo quelle. Si è visto che tutto ciò vale
anche per i peli rosso‑bruni della maggior parte dei mammiferi e fa
sì che quando si parla di FEO si debba riferirci a questa mescolanza di
composti. Quindi non feomelanina, ma feomelanine. Le tricosiderine hanno questo nome perchè un tempo sembrava che
contenessero ferro (sidus) .
Contengono invece, come le gallofeornelanine, sempre Zolfo in quantità
notevolmente superiore a quella che, con significato ancora incerto, può
occasionalmente riscontrarsi nelle EU (v. prima). Il colore delle FEO va dal giallo
al bruno, con l'eccezione delle due tricosiderine E ed F, che lo hanno
rosso - viola. Le ricerche compiute su preparati
di pelle di embrione di pollo sono stati fondamentali per individuare le
tappe della lunga catena di reazioni che dalla tirosina portano alle
tricosiderine e quindi al granulo feomelaninico, mentre rimane ancora
incerto il meccanismo di formazione delle gallofeornelanine. Rimane incerto anche il tipo di
polimerizzazione di questi composti, ma, certamente la polimerizzazione (copolimeri?)
avviene (Fitzpatrik, pag. 2913; Nicolaus, pag. 350) seppur con formazione
di granuli più piccoli di quelli della EU. Poichè esistono anche le oximelanine,
diciamo due parole in proposito. Sia nell'uomo che in vari
mammiferi, si trovano pigmenti feomelaninosimili privi di zolfo i quali
derivano probabilmente dall'ossidazione del DHI di un polimero
eumelaninico. Attualmente non esiste una seria possibilità di distinguere queste melanine di colore chiaro (oximelanine) delle vere FEO.
I melanociti
Abbiamo
già detto che l'ultima fase della melanizzazione è la formazione dei
granuli di melanina (melanosomi) più piccoli, i quali, man mano, con un
processo sul tipo di quello rappresentato in figura si aggregano fra
loro formando granuli sempre più grossi, visibili in questo stadio
finale, anche con un comune microscopio. Nel pulcino i granuli
raggiungono 1,3 micron di lunghezza. Sembra che i granuli di EU
raggiungano dimensioni superiori a quelli di FEO. Nella
pelle si vede che ciascun melanocita, pur restando nel derma, si addossa
strettamente alle cellule dello strato germinativo epidermico (cheratinociti)
e, con i suoi prolungamenti che penetrano fra di esse, rifornisce un
pool di circa 36 cheratinociti che lo attorniano, formando la cosiddetta
unità melano-epidermica (Fitzpatrick
et Al. - Dermatol. Wochenschr., 1693, 147, 481). Anche
per quanto riguarda le penne, sembra che i melanociti ed i cheratinociti
costituiscano fra loro un "sistema integrato" che, fra
l'altro, spiegherebbe la maggior resistenza delle remiganti nere (ali di
molti uccelli bianchi, quali Gabbiani ecc.). Alla base della papilla
della penna in riposo c'è sempre una riserva di menoblasti pronti a
trasformarsi in melanociti appenachè, durante la muta, la penna cade.
Numerosissime osservazioni (che riassumiamo in poche parole) fatte su
molte Specie di gallinacci, ecc., mostrano che nel germe della penna i
melanociti si dispongono in 10-11 file parallele nei due terzi distali,
mentre alla base appaiono disposti a caso. lo non so se sia una
coincidenza, ma sta di fatto che nel Canarino le piume
"brinate", cioè le più vicine per struttura a quelle dei
Canarino selvaggio, hanno spesso iporachide formata proprio fra 10 e 11
elementi. Le
stesse osservazioni hanno mostrato che le modalità dell'ingresso dei
granuli nell'abbozzo e la quantità che entra nelle future barbe e
barbole dipendono dall'intensità del colore finale della penna, con una
grande variabilità da Specie a Specie. Comunque, la tendenza più
comune è la carica melaninica più forte delle barbe, variabile nelle
barbole, assente nelle barbicelle. Le più interessate dai lipocromi
restano le barbole. Come si vede, tutto ciò è abbastanza simile a
quanto avviene nel canarino nel quale più raramente
si trovano melanine nelle barbole, ricche,
invece, di lipocromi. Come
già sappiamo, nella penna adulta le melanine si trovano sempre nella
zona corticale di essa, mentre nell'interno possono trovarsi quei
piccolissimi granuli che nel loro insieme costituiscono il l'cloudy-mediumi",
responsabile dei colori fisici, come è il caso, nel Canarino,
dell'effetto "Opale". Le ricerche sul Piccione
Abbiamo
lasciata per ultima la descrizione della ricerca fatta da Haase e Coll.
sui piccioni, perchè ci è sembrato che i dati di fatto da essa emersi
siano il contributo maggiore alle risposte sollecitate dagli allevatori
di Canarini di Colore. La
ricerca è basata sul dosaggio delle EU e delle FEO contenute in aree
ben precise del vessillo delle remiganti secondarie e delle grandi
copritrici alari del Piccione selvatico, di alcuni Piccioni viaggiatori
di differente colore e di altre Razze (v. figura). Il
dosaggio delle melanine viene fatto sui prodotti finali di degradazione
chimica con una tecnica che omettiamo. Indicheremo con E il prodotto
derivato dalle EU e con F il prodotto derivato dalle FEO. Un nanogrammo
(ng=un miliardesimo di grammo) di E corrisponde a 50 ng di EU; i ng di F
corrisponde a 5 ng di FEO. Una
cosa che ci ha vivamente sorpresi è la seguente. Poichè, quando il
colore della zona di vessillo analizzata è scuro, vi è sempre EU e FEO,
gli Autori hanno stabilito di considerare tale zona come eumelaninica
per E maggiore di 100 ng/mg e per E/F maggiore di 1; feomelaninica per F maggiore di 100 ng/mg e per E/F inferiore a 0,1:
tipo misto per E e F maggiori
di 100 ng/mg e per E/F compreso fra 0,1 ed 1; infine tipo zero negli altri casi. Purtroppo
il metodo dosa la quantità, ma non dice se si tratta di EU o FEO più o
meno scura (più o meno polimerizzata). Nel
vero piccione selvatico maschio (genotipo ++) le barrature nere
contengono EU e FEO (!) nel rapporto di 2,7 (409 E/152 F=2,7): perciò
quell'area è eumelaninica. Nelle aree adiacenti (grigie) E/F=2; perciò
anche qui il tipo è eumelaninico (non lo sarebbe per il peso minore di
100 ng). In un
piccione viaggiatore (perciò domestico) maschio (genotipo ++)
apparentemente uguale al precedente, il rapporto è rispettivamente di
2,1 (contro 2,7 del precedente) e di 0,87 (contro 2 del precedente). Ciò
sta ad indicare che tutti gli accoppiamenti più o meno selettivi
(sconosciuti) fatti in precedenza hanno “lasciato il segno", nel
senso che la domesticazione ha fatto aumentare la FEO a scapito della
EU, anche se fenotipicamente non si notano differenze. In tutte le aree
analizzate, anche apparentemente nerissime, mai è stata trovata solo
EU: così come in tutti i piumaggi bruni, sia scuri che chiari, si è
sempre trovato almeno una minima quantità di EU. Un esempio estremo è
stato quello di un maschio di razza "Capitombolante" omozigote
per il fattore rosso‑bruno, in cui E/F = 0,013 (35/2.690). Ma ci
sono tutti i casi di soggetti "Bruno cenere" nei quali le
barre sono tutte di tipo feomelaninico, pur contenendo sempre un po' di
EU, mentre le aree circostanti (B) contengono pochissima FEO e ancor
meno EU, tanto da essere considerate di "tipo zero". Per
quanto riguarda questi casi, ci viene spontaneo di fare una
considerazione (del tutto gratuita): se quella minima quantità di EU
rientrasse nella percentuale di errore del metodo, che potrebbe pur
esserci, trattandosi di analisi su prodotti di degradazione, allora,
traslando il discorso sul Canarino, potremmo dire che un bel soggetto
Bruno è tale per la sola presenza di FEO, più polimerizzata nel "dise.gno".
Ma, questa ipotesi, a parte la mancanza di correttezza nei confronti
degli Autori, non ci sentiamo di proporla, a causa del dato di fatto,
sempre confermato, della quasi costante presenza di entrambe le
nicianine nei più diversi substrati studiati. E dei resto, anche nel
piccione bruno, come nel Canarino bruno, il sottopiuma è fortemente eumelaninico, ciò che indica che i melanociti coinvolti sono
pienamente capaci di produrre anche EU. Escluso
l'errore, resta la possibilità che la EU presente sia meno
polimerizzata e, perciò, bruna. Questa eventualità ci sembra molto
interessante, pcrchè ci farebbe pensare che la mutazione
"Bruno" consista, non in una assenza di EU per mancata
formazione di DHICA e DHI, ma per assenza o grande riduzione della loro
polimerizzazione, con l'eventualità che il colore bruno di questa EU
meno polimerizzata si aggiunga al bruno della FEO aumetandone l'intensità. Questa
pubblicazione sul Piccione contiene molti dati riferiti ad alcuni loci per
il colore, identificati in questa Specie, ma, poichè io non conosco
niente sul genoma di essa e non voglio crearmi altri problemi, lascio
l'argomento nelle mani degli allevatori di colombi, eventualmente
interessati all'approfondirnento.
Eccoci
adesso alle conclusioni di quanto esposto fino ad ora. Il
principale dato che emerge è che nessuna analisi
chimica, fra tutte quelle impiegate dai vari ricèrcatori, è in grado
di associare il colore delle penne (quello che si vede con gli occhi!) con
una precisa composizione chimica, soprattutto cumelaninica, a causa di
quella "benedetta" polimerizzazionc che, in pratica, con una
stessa composizione chimica, è in grado di dare tutti i toni intermedi,
fra il bruno chiaro ed il nero, che i nostri occhi sono in grado di
vedere. Solo se potessimo riconoscere istologicamente
la EU e la FEO (tricocromi e gallo feomclanine indiffcrentcmcnte)
attraverso la forma e le dimensioni dei loro granuli, potremmo avere delle
certezze, e questo potrebbe essere un programma per il futuro, poichè
quel poco che adesso si sa sull'argomento non è minimamente sufficiente a
darci delle indicazioni precise. Basta pensare che, mentre è fuori dubbio
che i granuli di EU possono raggiungere le massime dimensioni riscontrate,
gli stessi melanociti possono formare quei granuli piccolissimo di EU che
sono responsabili dei colori fisici (claudy‑medium). In
queste tre puntate abbiamo fornito solo i dati principali. Di questi e di
quelli da noi omessi (desumibili dai lavori originali di cui abbiamo
fotocopia) i lettori possono dare interpretazioni diverse dalle nostrc e,
magari, più soddisfacenti. Alla
stregua dei dati di fatto, questo noi possiamo dire agli allevatori ed ai
tecnici dei "Colore". E’ arbitrario
parlare di eumelanina nera e di eumelanina bruna, perchè dove c'è
EU, nella grande maggioranza dei casi, c'è anche FEO, non visibile a
causa del colore dcll'EU che la sovrasta e la maschcra. il colore bruno più
intenso del disegno del soggetto Bruno può essere dovuto sia alla EU meno
polimerizzata che alla FEO molto polimerizzata. Così pure nelle altre
arce del vessillo non si può escludere la presenza di EU meno
polimerizzata. Una cosa che potrebbe valer la pena di approfondire è
perchè la Natura può dotare una penna dello stesso colore bruno, sia
mediante un basso polimero di EU che uno alto di FEO. Una prima risposta
potrebbe essere che le varie FEO (sembra ce ne siano otto o poco meno fra
tricromi e gallofeomelanine; ma nel Canarino chissà mai come stanno le
cose) impartiscano ciascuna un colore un poco diverso dall'altra,
specialmente nelle componenti rossicce di cui è ampiamente dotato il
piumaggio pollo New Hampshire. Certamente
dove c'è il colore più scuro, definibile come nero,
lì c'è EU fortemente polimerizzata e quanto più "nero" è
questo "nero", tantopiù può esserci stata una
polimerizzazione, ma anche una maggiore produzione complessiva di EU da
parte dei melanociti (come avviene quando esponiamo la nostra pelle al
Sole). In ipotesi, non tanto remota, quando future mutazioni riusciranno a
far produrre al dopachinone, dopacromo a scapito della cisteinildopa,
ancor più ci avvicineremo all'ottenimento del Canarino
nero che, purtuttavia, conserverà sempre una certa quota di FEO non
visibile dai nostri occhi. Il
canarino "Nero bruno moderno" potrebbe, perciò, essere una
tappa iniziale di questo processo. Se lo
credessero opportuno, gli
allevatori ed i tecnici interessati al "Colore" in futuro non
dovrebbero più nominare i termini eumelanina e feomelanina ma
indicare il tono di colore della melanina (omettendo i prefissi eu e feo).
Ad esempio: melanina nera, melanina bruno-scura (l'attuale EU bruna),
bruno-nocciola, castagna, testa di moro, caffelatte, ecc. Non
si dica, per carità, che questa sarebbe un'eresia. Anche ai tempi dei
tempi, dire che era la Terra che girava intorno al Sole era un'eresia (di
quelle vere), ed anche dire che l'Uomo e le Scimmie avevano comuni
origini, ecc., ecc., eppure, col passare del tempo… Una terminologia corretta è, invece, quella che indica con il termine di ossidazione lo scurimento di una qualunque melanina. In effetti, come abbiamo visto all'inizio, i processi metabolici che portano alla formazione dei granuli sono processi ossidativi veri e propri. Per concludere con una battuta, da valutare secondo lo spirito del Lettore, io per dare queste misere (ma obiettive) risposte ai quesiti postimi dai patiti del "Colore", ho dovuto leggermi centinaia di pagine di pubblicazioni scritte in varie lingue, reperite grazie anche a Internet. Ma chi me lo ha fatto fare? Direi, comunque, che ho fatto i salti mortali; per i miracoli bisogna rivolgersi altrove.
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