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Bossu
Arricciato Italiano
(Rivista
"IL CANARINO" anno 1941 n° 6-7)
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Due
Gibber dell'allevamento della Sig:ra Giamminola
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Gibber
di proprietà del dott. Giacomo Ciampa di Castellammare di Stabia
(Rivista
"IL CANARINO" anno 1971 n° 6-7)
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| Anno
1973, il Sig. Di Donato di Cave dei Tirreni (SA) osserva i suoi
Gibber
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All.
e Foto F. Rossini (Firenze)
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| Allevamento
e Foto Rossini (Bari) |
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Nel
2001 è ricorso il cinquantesimo anniversario del riconoscimento ufficiale
del “nostro” Gibber Italicus. Era il febbraio del 1951 quando, alla
Mostra Internazionale di Bruxelles, i “Bossù Arricciati Italiani”
presentati dalla signora Giamminola di Como, ottennero il riconoscimento
di Razza italiana dall’allora Associazione Ornitologica Internazionale.
Ma quell’evento fu solo l’epilogo di una avventura che aveva avuto
inizio già nei primi anni del secolo scorso e di cui cercherò di
raccontare al lettore la fervente passione delle persone che ne furono
protagoniste. Nelle regioni meridionali di Francia, Spagna ed Italia si
andavano selezionando canarini arricciati che derivavano dagli “Olandesi
del Sud”. Genericamente denominati “Bossù Arricciati”, erano
soggetti di taglia dissimile, con portamento più o meno eretto e con
arricciature più o meno abbondanti. Il “tipo italiano” differiva
dagli altri per le caratteristiche chiaramente descritte in un articolo
apparso sulla rivista “IL CANARINO” n° 6-7 Giugno-Luglio del 1941
(Organo Ufficiale della Associazione Italiana di Canaricoltura) e di cui
vi riportiamo i punti salienti:
“In Italia si va selezionando un tipo di Bossù Arricciato che
indubbiamente è il più caratteristico ed anche il più bello. Gli
allevatori italiani, appassionati e competenti, da non dover invidiare
nulla a quelli esteri, nella selezione di questo tipo, che ha ormai
conquistato le masse canarinicole, specialmente dell’Italia
settentrionale e meridionale, si sono fatti guidare da quello squisito
senso artistico che ha sempre distinto nel campo dell’arte la nostra
Stirpe. Ben presto ne siamo sicuri, i nostri allevamenti potranno
produrre, senza difficoltà alcuna, veri esemplari da esposizione! Le
caratteristiche che formano oggetto di tanto studio sono la testa piccola,
il collo sottile e lungo portato verso il basso per poi rialzarsi
leggermente nella attaccatura della testa. Le spalle alte, coperte da
arricciature che partono dal mezzo e si rivoltano ai due lati in modo da
lasciare ben visibile la cavità indispensabile fra l’una e l’altra
spalla. Il petto arricciato a forma di cestino non voluminoso. Gli speroni
uscenti dai fianchi ed aggiranti l’ala. La coda verticale portata
rasente e non sotto il posatoio. Le gambe rigidissime e molto lunghe, le
cosce nude e uscenti dal corpo. Il piumaggio aderente e lucido. Il
Canarino deve restare fermo sul posatoio in posizione eretta, con il collo
disteso orizzontalmente, per vario tempo assumendo la caratteristica forma
a “sette”; deve assumere questa posizione spesso e senza mostrare
irrequietezza.”
Quindi già nel 1941 si parlava di uno standard che non poteva non essere
frutto di precedenti anni di selezione per opera di quei “pionieri”
che per primi allevarono con successo gli antenati dell’attuale Gibber.
Infatti negli anni compresi fra il 1920 e il 1930, ma, probabilmente anche
prima, alcuni allevatori partenopei, come il cav. Cerlino, l’avv.
Casilli e padre Solimene, gettarono le basi per quel progetto che si
sarebbe realizzato nel 1951. Padre Solimene, monaco e rettore della Chiesa
di Santa Maria a Caponapoli, perse addirittura il Rettorato per essersi
recato a Marsiglia per acquistare alcuni soggetti. Essi furono fra i primi
che, con significativi sacrifici economici, attinsero dalla Spagna e dalle
regioni meridionali della Francia il meglio della produzione dei “Bossù
Arricciati” che col tempo furono richiesti da un sempre maggior numero
di allevatori Italiani. Citiamo a proposito il magg. Gargano di Roma, il
sig. Scianchi di Parma, il sig. Giovanni Sofia di Palermo e tanti altri
che contribuirono a diffondere in tutta Italia la passione per quei
canarini.
E’ facile intuire che a quei tempi non tutti fossero in grado di
importare canarini dall’Estero, sia per oggettive difficoltà
logistiche, che per motivi di ordine economico. Ecco che allora le fonti
di approvvigionamento più dirette erano gli allevatori “storici” come
Cerlino o Casilli, dai quali, peraltro, era molto difficile farsi cedere
qualche soggetto di pregio. Giuseppe Vaccari, in un fascicolo intitolato
“Il canarino Gibber Italicus” pubblicato nel 1971 dalle edizioni Encia,
racconta testualmente:
“Ricordo che la città di Modena aveva il culto del canarino che oggi
si chiama Gibber. Mi piace qui ricordare un episodio del quale fui
protagonista nel 1937. Mi venne detto che a Napoli vi erano canarini Bossù
eccezionali e fui ripetutamente pregato di recarmi in quella città per
cercare di acquistare qualche soggetto di valore. Mi fu compagno un amico,
attuale allevatore di Gibber, ed entusiasta del progetto. A Napoli
visitammo per primo l’allevamento Cerlino, che era ritenuto il detentore
dei soggetti più vicini allo standard. Il Cerlino, che aveva un negozio
di camiceria in Via Roma, ci accolse con molta cordialità e ci fece
salire al piano di sopra dove teneva l’allevamento. Non vedemmo più di
venti soggetti, ma di una finezza e di una perfezione incommensurabili. Se
debbo esprimere un mio parere, non esito a dire che quelli erano tipici
Bossù che provenivano dalla Spagna; oggi sarebbero troppo voluminosi in
raffronto con un Gibber. Tuttavia potemmo osservare, raggruppate a sei a
sei, queste meraviglie, la cui posizione era talmente perfetta da farmi
pensare ad una magia. Gambe rigide, piumaggio non molto ridotto (ma per
quel tempo andava bene), taglia superiore a quella attuale del Gibber,
collo lunghissimo terminante con testa piccolissima. Davanti alla nostra
meraviglia e dopo una lunga resistenza il Cerlino volle cedere soltanto
una femmina, con la quale ci mettemmo in cammino per visitare altri
allevamenti. Ci recammo dall’avv. Casati dove, incredibile a dirsi,
trovammo sei stanze di allevamento destinate ai Bossù. La loro qualità
ci parve subito inferiore a quella dell’allevamento Cerlino, tuttavia,
in mancanza di meglio, comperammo una coppia e con i tre canarini
ritornammo a Modena. Il nostro arrivo fu trionfale, anche se non portavamo
l’essenza di quello che avevamo visto.”
Il racconto del Vaccari è esemplare, sia per come trasmette
l’enfasi, la passione e l’entusiasmo di quegli anni per la Razza, sia
per come descrive l’impatto emotivo alla vista di soggetti che lui
stesso definisce di una” perfezione incommensurabile ”.
Erano anni difficili, dove anche un semplice viaggio da Modena a Napoli
diventava quasi un’impresa, sia per i pochi mezzi a disposizione che per
i costi e per le ore necessarie. Era l’Italia del Fascismo, prossima
all’entrata in guerra, che enfatizzava al massimo tutto quanto di
“Italiano” si potesse ottenere, ivi compresa una nuova razza di
canarini. Ma forse allora non si poteva ancora parlare di una razza
italiana creata a Napoli innanzitutto, perché non erano ancora stati
fissati geneticamente i connotati più importanti, ed in secondo luogo,
perché gli allevatori partenopei non avevano mai pensato di organizzarsi,
come sarebbe stato indispensabile fare, per ottenere un riconoscimento
ufficiale.
Purtroppo gli allevamenti di Cerlino, Casilli e Gargano andarono
completamente distrutti durante i bombardamenti della seconda guerra
mondiale ma, con il materiale esistente presso altri valenti allevatori,
l’avventura continuò il suo percorso. Fino agli anni settanta, a
Castellammare di Stabia (ancora una volta in Campania), fra gli allevatori
di Gibber, il dott. Giacomo Ciampa era forse il più rinomato. Infatti
soltanto lui era riuscito a ad ottenere, pagandoli profumatamente, alcuni
soggetti provenienti dagli allevamenti dei vari Sodo, Cerlino, Casilli e
Solimene.
Fra gli attuali “gibberisti” con i “capelli bianchi” c’è chi
racconta con orgoglio di aver potuto ammirare i soggetti di quell’allevamento.
Li descrivono di taglia leggermente superiore allo standard ma, per gli
appassionati del “collo lungo”, erano quanto di meglio si potesse
vedere. Sì, ribadisco “vedere”, perché pare che, come ai tempi di
Cerlino, ottenere qualche soggetto fosse molto difficile. Anche ai vari
Della Rovere, Amato, Spanò e Torri di Messina, ai Bonacini, Brillanti,
Rossi e Rabitti di Modena, Martinelli e Grandi di Bologna, Tosetti di
Asti, Fatti e Cannella di Novara, Jannace di Roma e non certo ultima la
signora Maria Giamminola di Como, va il merito di aver continuato a
selezionare il futuro “Gibber” nell’immediato dopoguerra fino a che
nel novembre del 1950, alla 3a Mostra Internazionale di Reggio Emilia, la
Giamminola espose alcuni soggetti fuori concorso. Ma rispetto ai Bossù di
cui fino ad ora abbiamo parlato, i soggetti della Giamminola erano già
molto diversi. Con paziente e metodico lavoro selettivo, Ella era alfine
arrivata ad ottenere un canarino dalla forma più piccola, più
ingentilita, più snella, pur nel mantenimento delle caratteristiche
principali, come il portamento, il collo esile e lungo, la testa
serpentiforme e le classiche arricciature che però erano meno accentuate
rispetto al passato. Lei stessa lo descrive cosi: “In posa deve avere
la forma di un “sette” e visto da dietro non deve mostrare nulla oltre
le spalle alte………arricciatura un po’ accennata sulle spalle, sul
petto e sui fianchi, niente sul collo e sulla testa. Quando mi indugio ad
ammirare i miei prediletti e li osservo, provo un sincero godimento degli
occhi e dello spirito. Li vedo, leggeri come farfalle, zampettare sul
posatoio come sospesi nell’aria. Quando poi immobili nella posa
caratteristica si irrigidiscono sulle zampe, mi appaiono come fiori
magnifici sbocciati dalla serica arricciatura delle soffici piume. Nulla
vi è di volgare in loro; tutto è gentilezza ed eleganza. Dalla graziosa
testolina al collo sottile teso orizzontalmente in avanti, la coda stretta
al posatoio, le zampe rigide e snelle con le nude cosce, il temperamento
nervoso ed irrequieto: tutto denota la nobiltà della razza. Rappresenta
per i canarini quello che per gli equini è il nervoso purosangue da
corsa. Quel corpicino insignificante assume gli atteggiamenti e le pose più
strane ed inattese: la linea acquista mosse caratteristiche che nessun
altro canario raggiungerà mai. Queste qualità lo rendono un’attrattiva
sempre nuova e mai monotona e mi portano a dare a questa razza le mie
preferenze. Il mio nuovo Bossù è frutto di lunghi e metodici incroci e
selezioni mirati al raggiungimento di un modello di forme e posizioni
prestabilite.”
Insomma un canarino più esile, slanciato ed elegante che spinse il Della
Rovere, subito dopo il riconoscimento ufficiale, a definirlo “il
levriere dei canarini” e, per chi si intende di Gibber, mai appellativo
fu più appropriato….
Ma torniamo a Reggio Emilia.
I soggetti della Giamminola destarono stupore ed ammirazione da parte di
tutti i giudici stranieri che non esitarono a definirli come nuova Razza
italiana. LeopoldoCodazzi collaboratore della rivista “Uccelli da gabbia
e da voliera” nel n°1 del 1951 scriveva: “Ero stanco di scrivere
sulle razze inglesi che non finiscono mai, stanco di quelle realizzazioni
eminenti invero, non lo nego, ma sempre poco àgreables per me; stanco di
premere la penna che talvolta non voleva più scorrere e si impennava,
stanco di forzare il cervello fisso altrove, il quale anch’esso spesso
si ribellava alla mia volontà e non voleva più pensare né periodare
sulle creazioni degli stranieri. Oh! Come scriverei volentieri, pensavo
tra me, sulle razze italiane; come mi indugerei volentieri a tratteggiare
materia nostra, a far risaltare nuove razze italiane, come premerei e
torchierei il poco ingegno e le mie facoltà per descrivere le
caratteristiche delle nuove razze, e con quanta pazienza e quale cura
indagherei le nuove linee, le esteticità, le armoniosità delle nuove
creazioni, per far palese a tutti, in chiaro italiano, i portati
dell’allevamento nazionale. La terza Esposizione internazionale di
Reggio Emilia ha dato il destro a questo mio desiderio”
La S.O.R e la neonata Federazione Ornicoltori Italiani incoraggiarono ed
appoggiarono la Giamminola assicurandole la loro presenza alla imminente
esposizione internazionale in programma in Belgio. La tenace allevatrice
intravide allora l’opportunità di un vero e proprio riconoscimento
ufficiale e, a sue spese, decise di presentare tre canarini alla Mostra
Internazionale di Bruxelles nel febbraio del 1951. Altrettanti nastrini
tricolori, sulle tre gabbie esposte, salutarono con tipica grazia
femminile la prima Razza italiana.
La nostra canaricoltura aveva finalmente raggiunto un prestigioso
successo, che fu orgogliosamente messo in risalto dalla stampa
specializzata ed in particolare dalla rivista “UCCELLI DA GABBIA E DA
VOLIERA” che subito dopo il riconoscimento dedicò numerosi articoli al
nuovo “canario” italiano.
Il passo successivo, doveva essere necessariamente l’attribuzione di un
nome che ne mettesse in assoluto risalto la “italianità”. La
Giamminola propose “Larianello” in omaggio a Como (sua città di
origine) ed altri ancora “Como”o “Lario” per le stesse ovvie
motivazioni. Ci fu chi propose “Cerlino”o “Napoli” in omaggio agli
storici allevatori partenopei dei primi Bossù Arricciati italiani. Ma era
giusto rendere onore anche a tutti gli altri allevatori ed estimatori
della razza che avevano fattivamente contribuito a diffonderla, rendendo
onore e merito alla Giamminola che era stata l’unica ad avere
intrapreso, in maniera seria e determinata, l’iniziativa tesa al
riconoscimento ufficiale. Fu allora che fra i tanti nomi come “Gobbuto
Italiano”, “Italicus” e “Septem Italicus, fu proposto e scelto
“Gibber Italicus” giustamente considerato il più rappresentativo per
l’intera Nazione.
La nascita del Gibber segnò l’inizio di una nuova epoca e sancì la
progressiva scomparsa degli allevamenti dei “Bossù Arricciati” che
ormai differivano totalmente dallo standard della nuova Razza. Ancora oggi
i migliori Gibber si trovano nelle regioni dell’Italia meridionale ed in
particolare in Campania, Puglia e Sicilia anche se, specialmente negli
ultimi anni, in alcuni allevamenti del Centro e Nord Italia, si producono
soggetti di ottima fattura. Con queste righe ho voluto rendere omaggio a
questo “nostro” Gibber nel 50° anniversario del suo riconoscimento
ufficiale. Non avendo vissuto in prima persona quegli anni, mi scuso per
eventuali inesattezze o per la mancata menzione di allevatori che
contribuirono alla creazione e alla diffusione della Razza. Agli amici
“gibberisti” di oggi, l’augurio di continuare ad essere sempre i
primi, a livello mondiale, nella selezione di questo gioiello italiano, e
chissà che anche loro, in futuro, possano essere degnamente ricordati,
magari in occasione del centenario.
Francesco Rossini
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